

A mia Madre:”Vengo dietro a te e non conosco il Tuo volto”
E’ proprio vero: le più grandi imprese trovano un punto di partenza nell’umile e attenta preghiera; nel colloquio con Dio nascono e si maturano le idee più luminose che fanno “storia” nel piano della Divina Provvidenza.
Non voglio con ciò dire che sia una grande impresa quella che mi accingo ad iniziare, ma solo che essa è scaturita nel silenzio del mio cuore, desideroso di sempre più conformarsi a Colui che mi ha chiamata a vivere la mia “giornata terrena” sotto l’ombra del piccolo ramo francescano, qual’è “L’ISTITUTO DELLE SUORE FRANCESCANE DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI LIPARI”.
Nel silenzio e nella preghiera una domanda è scaturita dentro di me: “Perchè sono qui? Chi cerco? … e la risposta: “Il Signore mi ha invitata a seguirlo e ho lasciato tutto”. Il mio sguardo si perde ora lontano lontano, davanti a me … seguo dei passi, ma di chi sono? Voglio sapere!
La strada che percorro è già tracciata da qualcuno che prima di me ha faticato, lottato, sofferto, pagato per me, perché io potessi procedere sicura di arrivare alla meta: CRISTO!
Quanta strada! Una lampada rischiara però la notte e le tenebre non fanno paura. Una luce strana, un chiarore emanato da una persona. Chi sarà costei che illumina i miei passi, che si è fatta luce per me? E’ lontana, tanto lontana, non riesco a scorgere il suo volto, luminoso più di tutta la sua persona… Voglio affrettarmi… voglio correre per raggiungerla… Non ce la faccio. Signore, chi sarà?
Ma ecco che improvvisamente accade l’imprevedibile: la luce viene verso di me. Non debbo più angustiarmi, presto saprò chi seguo.
E’ ormai vicina, mi fissa amorosamente, mi parla, mi dice una parola dolcissima: “FIGLIA!” Poi la sua mano cerca la mia e senza dire altro riprende il cammino. Ora siamo in due a camminare …
Un sogno? Non saprei definirlo; so solo che sento ancora la forza di una dolce mano che mi conduce e di una luce che illumina il mio cammino.
L’ho vista e so chi è: l’ho riconosciuta. Da tempo seguivo i suoi passi, ma immersa nel “tran tran” di ogni giorno, mi ero dimenticata di lei: non ricordavo più il volto di mia madre. Ma ora non abbasserò più questi miei occhi dal dolce suo viso: è tanto bello, è così luminoso, è così pieno di Dio! Non mi staccherò più da lei, mi lascerò inondare dalla sua luce, cogliendone tutte le sfumature, perché non resti una piccola lampada, ma diventi faro per tutte le sue figlie che, come me, si sono dimenticate di lei, di lei che tutte ci precede nella strada del Signore.
In questo cammino, ripreso al suo fianco, tante cose che già conoscevo, mi sono apparse sotto una luce nuova: ho scoperto che mia madre somiglia molto a Francesco d’Assisi; che gran parte della sua vita ripete, almeno nei momenti più importanti e fondamentali, sia pure di gran lunga ridotti, l’esempio del Serafico Padre. Ho scoperto che Madre Florenzia calca le orme del Poverello d’Assisi, tutta presa dal fascino che da quegli emana… e ho voluto passo passo vederne i tratti somiglianti, quelli che dovrebbero essere i miei stessi lineamenti.
Sono solo semplici considerazioni, sprazzi di luce che dal volto di mia Madre vorrei poter fissare in questo scritto, perché impariamo, conoscendola, ad amarla di più e amandola a sentirci orgogliose di appartenere alla sua Famiglia e presentarla, nella nostra persona, a chiunque ci avvicina, perché rimanga sempre luminosa la fiaccola accesa, con la sua vita, in quel lontano 1905.

Sotto l’annuncio di una stella
26 Settembre 1182: Madonna Pica geme e soffre nell’attesa dell’imminente nascita. Mistero inspiegabile, però, ella se vuole dare alla luce la sua creaturina, dovrà ripetere il gesto della Vergine Maria. Così, al dire della leggenda, Francesco nacque in una stalla, come il Verbo di Dio.

Sotto l’annuncio di una stella
Non in una stalla nacque la piccola Giovanna, ma … sono le sei del mattino del 30 dicembre 1873. Nel tepore di una modesta casa, in contrada Pirrera di Lipari, alla pallida fiamma di alcuni lumi a petrolio, sbocciò alla vita una bimba dai coniugi Giuseppe Profilio e Nunziata Marchese.
In un angolo di quella stanzetta, sopra un tavolo, un presepe rievoca la nascita del Bambino Gesù.
Che sarà mai di costoro, se già la loro nascita è accompagnata da tali segni premonitori?

Una voce chiama
“Francesco, chi può giovarti di più: il padrone o il servo?” Rispose: “Il padrone, Signore!”
“Allora, perché abbandoni il padrone per seguire il servo?” Ed egli timoroso: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”
Gli disse la voce: “Torna ad Assisi, là ti verrà detto quello che devi fare” Inizia così il cammino di Francesco verso il suo Signore e Maestro.
Gli sarà detto… non importa quando, non importa come … Gli sarà detto! Bisogna attendere con pazienza e camminare, camminare fino a quando l’andare diventerà certezza e la trasformazione completa.
Quella voce, però, il primo invito del suo Signore, la porterà sempre nel cuore.

Una voce chiama
Anche Madre Florenzia fu allietata, fin dalla sua giovane età, dalla voce chiara e distinta dell’Ospite divino che entrava a prendere possesso della sua anima innocente e verginale, lo ricorda ella stessa nei brevi appunti autobiografici scritti per obbedienza.
Era il giorno della sua prima Comunione e credendo fosse una cosa del tutto ordinaria, tornata a casa, ne parlava a quanti l’avvicinavano. Solo quando fu avvertita di non dire tali cose, richiuse il dolce segreto nella sua anima.
L’Ospite divino le sarà luce, conforto e forza nelle prove che già si profilano all’orizzonte per tutta la famiglia: la lunga malattia e infine la morte dell’amato genitore.

Il Signore si fa attendere
Francesco ritorna in Assisi, ma… cosa deve fare? Cosa vuole il Signore da lui?
Assisi lo accoglie fra le sue mura, ma gli amici di nuovo lo circondano, lo acclamano, lo proclamano “re delle feste” tutto è uguale, come prima… solo lui è cambiato: il Signore gli ha messo in cuore un sogno, gli ha piantato la sua Parola e in lui si è creato un cuore nuovo. Deve attendere, però, perché gli sarà detto quel che dovrà fare. In quest’attesa, la ricerca dei luoghi solitari, la preghiera, l’ardente ed appassionata preghiera: “O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del mio cuore. Dammi una fede retta, una speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento, per compiere la tua vera e santa volontà”.
E finalmente la risposta: “Va’, Francesco, ripara la mia Chiesa, che, come vedi, cade in rovina!”

Il Signore si fa attendere
Anche la nostra Giovanna portava in cuore il suo sogno; anche in lei il Signore aveva creato un cuore nuovo, un cuore che fosse tutto per Sè. Giovanna Gli aveva detto sì fin dal suo primo incontro con Lui ed Egli l’aveva presa in parola. Era il suo segreto e ne parlava solo con Lui, nelle lunghe ore passate in contemplazione.
Solo una volta, quasi presaga del futuro, ma ancora bambina, la solenne espressione rivolta alla mamma, accennando ad una rondinella dal petto bianco: “Quando sarò grande, mi farò suora e vestirò proprio così, col petto bianco”.
Nell’attesa, la prova lunga e dura della malattia del padre e l’ostilità della madre. E’ il momento della ricerca ansiosa e febbrile: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”
C’è bisogno del suo aiuto in casa, non si possono pensare certe cose … e Giovanna parte con i suoi per l’America. Che ne sarà del suo sogno? Perché il Signore tarda?
New York l’accoglie caotica nella sua immensità, nelle sue luci, ma lei nulla vede, nient’altro desidera che tutto abbandonare per essere solo di Cristo. Quando, Signore?
E anche per lei, finalmente l’adorata voce: “Va’ in Religione, ti farò Madre di un Istituto e sempre ti proteggerò”.

Pazzia d’Amore
Francesco sa, finalmente, cosa vuole il suo Signore da lui e si mette subito all’opera. Niente più feste, niente banchetti, ha ben altro a cui pensare: deve attuare la richiesta del suo Re; si carica di pietre e ripara, ripara … “Il pazzo, ilpazzo!” si grida da ogni parte “Francesco è impazzito!”
Sì è diventato pazzo, della più grande pazzia che possa esistere: è il pazzo di Dio. Cammina e lo sguardo è fisso al Padre buono che lo chiama all’opera che Egli gli ha affidato. Nient’altro vedono i suoi occhi. Gli amici non lo cercano più, perfino i “suoi” lo beffeggiano e suo padre lo cita in giudizio.
“Mio padre? – dice Francesco, con le stesse parole di Gesù – Uno solo è il vostro padre: quello che sta nei cieli. D’ora in poi potrò dire “Padre mio che stai nei cieli, giacché non ho più un padre su questa terra” e cantando la sua gioia, muove i primi passi nella santa religione verso “la terra” a cui Dio l’ha chiamato. “Parti e va’ dove io ti dirò … e la tua posterità sarà come le stelle del cielo e come la sabbia che sta sulla spiaggia del mare.
Parti… ti farò padre di un grande popolo.”

Pazzia d’Amore
La nostra Giovanna vive la sua esperienza d’amore nella grande metropoli che vorrebbe cancellarle dall’ardente cuore la decisione di rispondere prontamente alla chiamata divina.
Tutto contribuisce ad ostacolare la “voce divina” che l’ha fatta impazzire d’amore. I suoi non ne vogliono sapere: “Deve dimenticare e per sempre sfuggire la tentazione di farsi suora”.
Nessun aiuto per l’ardente giovane che, a qualunque costo, vuole seguire la rotta segnatale dal suo Signore. Perfino il direttore spirituale le impone un’andatura sostenuta, mentre lei vorrebbe correre incontro allo Sposo, vergine prudente e fedele.
Ma Giovanna è troppo innamorata, è proprio impazzita d’amore, così il 22 gennaio 1898, presi gli opportuni accordi col Padre spirituale e con la Madre Superiora dell’Istituto delle Suore Francescane che da circa due anni frequenta, saluta isuoi e invece di andare alla sartoria, insieme a due suore si reca alla stazione ferroviaria e parte per Allegany, ove ha sede la casa di noviziato della Congregazione.
“Pianti in famiglia, mi dicevano ingrata e senza cuore…” Ma ormai Giovanna era troppo lontana e chi avrebbe potuto fermarla? L’accompagnano le solenni parole del Cristo: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me.”
Maturata nel dolore e nelle prove la sua vocazione ha il carisma della perseveranza, perché il Signore l’aveva destinata ad essere “UN PICCOLO STRUMENTO NELLE MANI DELLA PROVVIDENZA”
“Ti benedico, Padre, perché queste cose le hai nascoste ai saggi e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli …”. (Le. 10,21)

Il Signore ha le sue vie
“Le chiese di Assisi sono ormai riparate, Signore, ora cosa debbo fare? Dammi di conoscere le tue vie, perché io possa seguirle. Dove andrò, Signore?”
Ed ecco, come sempre, al momento opportuno, la voce chiarificatrice.
Era sceso alla Porziuncola, per ascoltare la Santa Messa e alla lettura del Vangelo udì le parole di Gesù: “Andate e predicate il Vangelo. Non portate con voi né oro, né argento, né bisaccia, né scarpe, né bastone”. Era la risposta ai suoi perché, era la luce nel suo dubbio. Ecco cosa voleva il Signore da lui: non la restaurazione materiale delle chiese, ma la predicazione del Vangelo. Senza esitare un istante, gettò via bisaccia, bastone e calzari e incominciò a girare per le campagne e i paesi, diffondendo col Vangelo Pace e Bene.

Il Signore ha le sue vie
Tutto sembrava risolto per la coraggiosa Giovanna: fuggita di casa abbracciava l’ideale serafico, vestendo l’abito delle poverelle e giurando fedeltà allo Sposo fino alla morte. Tutto era compiuto: i suoi si sarebbero alla fine rassegnati e piegati al fatto compiuto, non restava più niente da fare.
Invece non era così.
Il Signore ha le sue vie che non sono le nostre vie, i suoi pensieri che non sono i nostri pensieri. Sono passati pochi anni e la giovane suor Maria Florenzia si trova davanti all’alternativa: restare per sempre in America o, data la possibilità che le si offre da parte dell’autorità religiosa del suo paese, fondare una nuova Congregazione nella sua Lipari e far ritorno in Italia.
Suor Florenzia opta per il rimpatrio: la via che le ha tracciato il Signore è là, nella sua isola infuocata e rocciosa dove l’attende la gioventù abbandonata, dove i bambini poveri e soli aspettano da lei il sorriso e il conforto materno.
E’ questo che vuole il Signore da lei, è la chiarificazione nella vocazione. Il Signore ha deciso per lei: sia fatto come a Lui piace.
Nessun indugio, nessun ripensamento: con i debiti permessi e l’illimitata fiducia nella Provvidenza divina che la guida, lascia l’America e parte per Lipari.

Benedetto l’uomo che si fida del Signore
Il Signore aveva parlato, aveva indicato e guidato, ora Francesco era libero di escogitare tutte le forme, dettate dal suo grande amore, per realizzare quello che il Signore gli aveva detto e che con infinita dolcezza gli andava suggerendo giorno dopo giorno.
Non si aspettava Francesco di essere capito, né di essere approvato per il suo operare: egli era l’escluso, il diverso, il pazzo che bisogna sfuggire. “Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace … ch’io non cerchi di essere amato, ma di amare; di essere compreso, ma di comprendere; perché è dando che si riceve, dimenticandosi che si trova comprensione, perdonando che si è perdonati, morendo che si risuscita a nuova vita.”
Francesco, prima di cercare gli uomini cerca disperatamente Dio, perché si sente afferrato da Lui e non vuole più staccarsene.
Perciò le lunghe veglie, le appassionate invocazioni: “Chi sei Tu, dolcissimo mio Bene?” “Mio Dio e mio Tutto” “Padre, Padre che sei nei cieli!…” che lo innalzavano alla continua unione col suo Dio, dimenticando il resto.
Niente cercava, niente voleva: aveva il TUTTO..”

Benedetto l’uomo che si fida del Signore
Madre Florenzia, forte della voce divina che le risuonava nel cuore, lascia l’America, la Congregazione che l’aveva accolto e fiduciosa torna a Lipari, presentandosi subito all’eccellentissimo Mons. Raiti, Vescovo dell’Isola. Tutto sembrava così facile, così ovvio e facilmente attuabile! Ma per l’intrepida donna le prove non sono che appena iniziate.
Bisognava attendere il parere del Ministro Generale dei Frati minori, le decisioni di Roma e chissà cosa avrebbero detto! … regolarizzare la sua posizione religiosa, trovare una casa per la nascente Opera e tante altre cose.
Quanta amarezza in quei giorni! Aveva bisogno di tutti e … non ci fu alcuno che le porgesse la mano. Quasi a completare il quadro, mamma Nunziata che le aveva promesso aiuto e sostegno per realizzare la vagheggiata opera, le fece chiaramente capire e con lei tutti i familiari che non intendeva impegnarsi a darle un aiuto economico, che non avrebbe più dovuto pensare alla istituzione di un Istituto, tanto più che ella non aveva alcun legame religioso, che potevano bastarle gli anni già trascorsi in religione e così via …
La tempesta minacciosa si abbatteva con tutto l’impeto contro questa fragile donna. Ma lei non aveva paura: sa di essere stata chiamata ad un compito ben determinato; la famiglia dica e faccia quel che vuole, lei, Suor Florenzia non tornerà indietro di un sol passo. Ha posto la sua fiducia in Dio: Egli continuerà l’Opera iniziata.
Ben venga il vento e la pioggia, la sua casa è fondata sulla roccia e niente potrà abbatterla. Che importa se lungo il cammino andrà piangendo nel seminare, se il Signore le promette la gioia di ricchi covoni?

Nella Chiesa e con la Chiesa
Le parole di Francesco, ma di più la sua vita, indussero molti a seguirlo.
“Che dobbiamo fare?”- gli chiedevano.
Ed egli: “Ascoltiamo il Signore, la sua Parola …”.
Osservare il santo Vangelo vivendo in obbedienza, povertà e castità fu sempre la sua regola di vita e il modo di vivere che propose a chi voleva fare parte con lui nella santa religione abbracciata.
Si era già costituita una famiglia: erano 12 come il collegio apostolico. Francesco li chiamò frati minori, cioè gli ultimi, i sottomessi a tutti, a servizio dei più poveri e volle che come tali venissero riconosciuti dal Sommo Pontefice, dalla Santa Madre Chiesa.
Per procedere nel cammino intrapreso voleva egli, il figliolo obbediente, la benedizione della “Madre”. Così il piccolo drappello degli uomini di Dio si partì e si presentò al supremo Pastore, al Rappresentante di Cristo.
Non temettero quando vennero allontanati: avevano la certezza della Parola divina. Chiedevano solo di poter fare come il Signore ha comandato e nient’altro, come si potrà loro negare di vivere secondo il Vangelo di Cristo?
“Ripara la mia Chiesa, Francesco!” fa eco la voce attesa e desiderata del Sommo Pontefice Innocenzo III “Va’, fraticello di Dio, va’ e ripara la Chiesa del Signore che rovina, va’ con la benedizione di Dio e del suo Vicario in terra!”.

Nella Chiesa e con La Chiesa
Fin dal primo momento, ancora nella lontana America, appena le si delineò chiara la missione che Dio le affidava, Madre Florenzia volle tutto sottoporre all’autorità religiosa e fu col beneplacito del Delegato Apostolico degli Stati Uniti, Mons. Diomede Falconio, che rispondendo alla voce amabile del Pastore della sua città natia, Lipari, lasciava la comunità che l’aveva accolta per costituire, come già Abramo, secondo il comando del Signore, un popolo che l’amasse e lo servisse.
Appena giunta a Lipari, figlia obbediente, si presentò al Vescovo e Pastore sottoponendosi alle sue direttive.
Paterno, Mons. Raiti l’accolse, la benedisse e le affidò il compito che Dio gli aveva ispirato.
Madre Florenzia sentì tutta la sua piccolezza e incapacità ed esaltò il Signore che ama scegliere i piccoli ed i deboli per confondere i dotti e i sapienti. Moltiplicò le preghiere e le veglie, passando lunghe ore in silenziosi ed amorosi colloqui col divino Sposo, unico sollievo nell’ansia e nelle incertezze del cammino intrapreso. Non desistette e non si fermò, però, fino a che il 31 ottobre 1905, con l’intervento di Sua Eccellenza rev.ma Mons. Raiti, Vescovo di Lipari, fu solennemente inaugurata l’apertura della sua casa religiosa e veniva approvata la nascente Congregazione col titolo: ISTITUTO SUORE FRANCESCANE DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI LIPARI.

Un grande amore
Fin dai primi passi del cammino tracciatogli dal Signore Gesù, la presenza vigile e materna di Maria fu per Francesco la prova evidente dell’assistenza divina. Lei gli fu tenerissima madre, ma mai alcun figlio l’amò maggiormente. Per lui, Maria ebbe le espressioni più evidenti del suo amore; verso di Lei, Francesco ebbe le più squisite delicatezze. A Lei, alla Vergine degli Angeli si affidò e affidò i suoi frati e tutto l’Ordine; a Lei strappò il perdono per tutti gli uomini; a Lei elevò il cantico eccelso che l’onora: “Ti saluto, Signora Santa…”; a Lei infine consegnò il suo spirito, la vita che si spegneva, perché come tra le sue braccia avvolse il suo diletto Figlio Gesù, così lui lo accogliesse e presentasse al Padre.

Un grande Amore
Era ancora piccola Giovanna, ma l’Immacolata già tutta empiva la sua anima innocente di paradiso. Amava starsene, inginocchiata “a guardare la Madonna” fino a farsene richiamare dalla mamma. Oh, dolci colloqui d’amore! Oh, scambi di filiale tenerezza! Oh, dolci segreti e promesse!
Giovanna guardò sempre Maria come all’ideale di tutta la sua vita. A Lei affidò il candore della sua verginità. Lei scelse a custode e Protettrice della Congregazione voluta dal Signore. A Lei rivolse sempre lo sguardo nei momenti più duri e in mezzo alle tempeste. Lei, la compagna e la Madre amorosa nel lungo viaggio di ritorno dall’America: ne volle visibile la presenza tenendo nella larga manica, per tutto il tempo, una statuina della Madonna Immacolata.
E nelle ore di maggiore oscurità, sempre a Lei ricorreva, alla Vergine poverella, Madre del Signore e nostra, scorrendo insistentemente la corona del rosario.
La Madonna Santissima mai fu sorda alle sue richieste, mai lasciò di far sentire la sua amorosa assistenza, mai mancò di venire incontro ai molteplici richiami di questa sua figlia ubbidiente.
Quando poi sorella morte venne a prendere la sua anima forte e piena di Dio, fu ancora Lei che se la strinse tra le braccia e la presentò al diletto Figlio Gesù.

Verso i fratelli
“Frate Francesco, il Signore non ti ha chiamato solo per te, ma perché tu giovi anche ai tuoi fratelli …”
“Come sono misteriose le tue vie, o Dio Altissimo e Signore del cielo e della terra! Ma tu hai parlato per bocca dei più semplici … sono pronto a fare la tua volontà. Andremo, Signore, e Tu mostraci i tuoi sentieri. Parleremo, Signore, proclameremo le tue meraviglie, annunceremo la tua salvezza agli uomini tutti, perché essi ti conoscano e ti amino”.
Così ogni giorno, i suoi frati, dopo la preghiera sciamavano adue a due, portandosi là dove ci fosse del bene da fare, da lavorare, da curare ammalati, da aiutare vecchi e bisognosi: nulla chiedendo in cambio e non avendo alcuna preoccupazione del domani.
“Se il Signore veste i gigli del campo e provvede agli uccelli del cielo, come non si ricorderà dei suoi figli?”
Frate Francesco li benediceva e rincuorava.”Orsù, figli miei, andate per il mondo e predicate la penitenza e la pace!”
Quindi, quando anch’egli non andava, alzava le sue braccia a Dio nella preghiera.

Verso i fratelli
Sono passati già alcuni anni, sei, da quando Madre Florenzia, ritornata a Lipari, cerca con tutte le sue forze di cui è dotata la sua ferrea volontà, di dar vita all’opera che le è stata affidata. Non ha paura delle difficoltà, dei pochi mezzi a sua disposizione, dell’indifferenza dei suoi compaesani e con la forza di Dio si immerge nel piano della sua volontà: solo il Signore le è vicino, sostegno e compagno fedele.
Madre Florenzia è sempre in movimento per portare a tutti il fuoco che le brucia dentro. Le giovani ne rimangono ben presto affascinate anche se nessuna ha il coraggio di seguirla: troppo arduo e austero il cammino, troppe le privazioni, troppa povertà … ma, è il Signore che lo vuole e Madre Florenzia continua. Non si concede né tregue né riposo: le anime non devono attendere, le giovani e le bambine hanno bisogno di lei. Apre un laboratorio di ricamo e cucito, le ragazze accorrono e ricevono la parola buona che scende nell’anima e vi rimane; imparano ad amare Gesù e la Vergine Santa.
Quando poi la Provvidenza le dà come compagna la mite Suor Veronica La Greca e Suor Teresa La Spina si dà da fare per condurre anche i più piccoli a Gesù.
Non ci sono soste nel cammino di Madre Florenzia: il Signore l’ha mandata, non può fermarsi. Umile e tenace nello stesso tempo, con la sua fede, serena e semplice trascina gli altri nel suo entusiasmo; la sua parola mite e confidenziale, il suo sguardo dolce e sorridente comunica a tutti la sua gioia.
La sua vita sarà sempre così “un andare” perché mandata dal Signore Gesù e le sue Suore dietro di lei, per portare ove il bisogno e la carità la chiamava: PACE E BENE.

L’Eucaristia centro di attività
“Chi sei Tu, dolcissimo mio Bene? Chi sei Tu che tanto mi ami da volere stare sempre con me? … Mio Dio, mioTutto !!!”
Davanti a Gesù Eucaristia, davanti a Cristo prigioniero d’amore per gli uomini tutti, per lui, Francesco rimaneva ore e ore del giorno e della notte, incantato ed estasiato. Nell’Eucaristia era il segno, anzi la certezza della presenza di Dio tra noi, del suo amore che non ha limiti né dimensioni ed egli non poteva far altro che prostrarsi ed adorare: “Ti adoriamo, Santissimo Signore Gesù Cristo, qui e in tutte lechiese che sono sulla terra e ti benediciamo… e ti ringraziamo …”
Dall’Eucaristia tutta la sua carica apostolica “L’Amore non è amato, l’Amore non è amato!
…” E i suoi pianti e i suoi gemiti risuonavano costantemente per le selve e per i boschi, sulle piazze e per le strade: “Fratelli, l’Amore non è amato!”
Spesso si vedeva scopare le chiese povere ed abbandonate, perchè “il Signore Gesù avesse, tra noi, una dimora conveniente” e voleva che tutto ciò che ricordava il Divino Sacramento fosse stimato e onorato.
Per i Sacerdoti poi, che sono i custodi e i ministri dei Santi Misteri ebbe un culto particolare, al punto da dire ai suoi frati: “Se andando per strada incontraste un Sacerdote e un Angelo, inginocchiatevi prima davanti al Sacerdote!”

L’ Eucaristia centro di attività
Madre Florenzia fu, ad imitazione del Serafico Padre, un’anima eminentemente eucaristica. Gesù Eucaristia fu sempre l’anelito del suo cuore, l’unico suo amore, l’oggetto dei suoi pensieri, il fine di ogni sua attività.
Fin dal suo primo contatto con l’Ospite divino, Lui desiderò, Lui cercò ed amò più di ogni altra cosa sulla terra.
Spesso la si trovava prostrata in adorazione nella piccola cappella ad ascoltare la parola dolce ed amica dello Sposo: lunghi ed interminabili erano i suoi colloqui d’amore.
“Signore, Signore Gesù, unico mio Bene, cosa vuoi che io faccia? Illumina il cuore mio, fammi conoscere i tuoi sentieri… Signore, fa’ di me quello che vuoi!”
Le sue figlie l’osservavano, percepivano subito la presenza del soprannaturale e venivano lanciate, esse stesse, nel mistero che avvolge le anime possedute da Cristo.
Se i momenti della prova lunga ed amara non la scoraggiarono, se l’ora delle tenebre la trovò forte e vigilante, se le forze avverse non fiaccarono il suo spirito, ciò si deve solo al fatto che ella si trovava sempre là, prostrata davanti a Lui, pronta a fare la sua volontà e da Lui attingeva luce, coraggio ed energia nuova.
All’ombra del Tabernacolo, dove ella vegliava e pregava, additava alle sue figlie il grande amore di Dio. Per essere costantemente attente a questa presenza divina non si stancava di raccomandare il silenzio: “Una suora silenziosa – diceva – si unisce più facilmente a Dio, ascolta i suoi insegnamenti e le sue ispirazioni”.
All’ombra del Tabernacolo, dove ella vegliava e pregava, additava alle sue figlie il grande amore di Dio. Per essere costantemente attente a questa presenza divina non si stancava di raccomandare il silenzio: “Una suora silenziosa – diceva – si unisce più facilmente a Dio, ascolta i suoi insegnamenti e le sue ispirazioni”.
Desiderava poi che si evitasse in Chiesa ogni minimo rumore, imponendo una penitenza a chi lo procurasse, anche se inavvertitamente.
Quanto rispetto incuteva per la casa di Dio! Quanta delicatezza per i sacri lini, dove ogni giorno si posava il Corpo e il Sangue del Signore! Quanta stima e venerazione per i Ministri di Dio che ci somministrano i Sacri Misteri! Anche verso coloro che cercano di ostacolare la sua opera! E vorrà che le sue Suore siano sempre figlie rispettose ed obbedienti.

Portatori di Gioia
“Io sono l’araldo del gran Re!” Così cantava Francesco andando, pazzo di gioia, lungo la campagna umbra, solo coperto di un rozzo mantello da contadino, dopo aver tutto lasciato per seguire le orme del suo Signore. E non era infrequente il vederlo con due legni posti a mo’ di mandola, per dar sfogo alla sua intima allegria, cantando le meraviglie di Dio, la sua grande misericordia e bontà.
Ma che cos’è questa letizia che gli scoppia dentro e che non può contenere? E da dove gli viene tanta gioia? Tipico è a questo riguardo il dialogo che ebbe con frate Leone mentre andavano da Perugia ad Assisi e nevicava.
Francesco tutto preso da un intimo pensiero così parlò: “Frate Leone, se il frate minore fosse così dotto da conoscere le Sacre Scritture e svelasse i segreti dei cuori, ricorda che non è qui perfetta letizia.” Frate Leone taceva: c’era tanto freddo e la Porziuncola era così lontana!
Dopo un po’ Francesco riprese: “Frate Leone, anche se il frate minore convertisse tutti gli uomini e fosse persino capace di cacciare i demoni e risuscitare i morti, ricorda: non sta qui perfetta letizia.”
“Padre, disse allora frate Leone, dimmi dove sta perfetta letizia.”
E Francesco: “Se noi, così intirizziti per il freddo, giunti a S. Maria degli Angeli, bussassimo alla porta del convento e il portinaio ritenendoci due vagabondi ci lasciasse fuori, sotto la neve e noi accettassimo tutto per amore di Dio: qui sta perfetta letizia.
E, se poi,tormentati dalla fame e dal freddo tornassimo a bussare e il portinaio uscisse e con un bastone ci picchiasse: se noi sopportassimo con pazienza tutte queste cose, pensando ai patimenti di Gesù, frate Leone, qui sta perfetta letizia!”
Volle che i suoi frati fossero lieti nel Signore. Li chiamava i giullari di Dio e diceva loro che il Signore li aveva scelti perché andassero per il mondo a rallegrare gli uomini. Egli stesso se ne andava libero e lieto dandone l’esempio e se una pena angustiava il suo animo, turbandone l’intima pace, non ardiva comparire davanti ai suoi fino a quando non fosse tornato sereno.

Portatori di Gioia
“Il Signore ama chi dona generosamente e con cuore contento“
Profondamente compresa di ciò, Madre Florenzia donò sempre tutto a Colui che l’aveva afferrata e, nonostante le avversità, la sua vita fu sempre un canto di gioia. Quando troppo triste sarebbe stato il canto, allora tacevano le labbra e cantava il cuore…
“Laudato sii, mi Signore, in omne tempo!“
Fedelissima figlia del Serafico Padre aveva segnato sul suo cuore dov’è perfetta letizia e custodiva il prezioso tesoro gelosamente, sperimentando ogni giorno come veramente “la gioia è la forza di Dio“.
Madre Florenzia aveva tanto bisogno di questa forza, perché in lei si compissero le cose dette dal Signore e fosse visibile che con lei era il braccio dell’Onnipotente. Per questo e perché fosse di esempio alle sue figlie, lei che fece suo modello il Serafico Padre …
“...non ce la faceva più: era stanchissima, le sue gambe gonfie ed indolenzite non reggevano più quel corpo, contava circa 73 anni. Il viaggio per Roma (maggio 1945) era durato due giorni e due notti. Nei pressi della stazione ferroviaria di Roma Termini, una casa religiosa. Bussarono …non c’era posto per loro… che andassero presso un altro Istituto. Ancora camminare, ancora bussare. La porta viene aperta. La Madre viene fatta entrare. La Vicaria e un’altra suora si avviano alla Curia generalizia dei frati minori, dove sono attese. La Superiora della casa, però, avvertita, si allarma per la presenza della Suora e, senza aggiungere spiegazioni, le ingiunge di andar via:”Fuori, non c’è posto; non si può ricevere nessuno; vada fuori e porti via tutto quanto.“.
Madre Florenzia è una francescana: sa che ciò è perfetta letizia, risposta d’amore all’amore di Lui. Si alza, si trascina fuori e non potendo muovere alcun passo si siede sul gradino esterno del portone, tra valigie e bagagli.
“Non solamente è serena, è felice. Nel colmo della prova, sola, mentre annotta e “non ha dove posare il capo” ella sente la forza di Dio che la sostiene e la dolcezza dell’offerta di sé allo Sposo”.
(La Roccia e lo Spirito pag. 170)
Così la trovarono le due suore, al ritorno e si meravigliarono. Solo lei, Madre Florenzia, col sorriso sul volto stanchissimo diceva: “Ringraziamo il Signore!”
Fu così fino alla fine e raccomandò sempre alle sue figlie la santa gioia; pace, amore e quindi gioia.
Il suo cuore ormai stabilmente posto in quell’amore che di pace e di gioia è fonte inesauribile e certa, non poteva che spandere gioia ed amore. I dolori e le sofferenze, fedeli compagne della sua vita, l’aiutarono a rendere più armonico e solenne il suo canto d’amore. E, quando sorella morte venne a lei, in tarda età, Madre Florenzia l’accolse, sorridendo dolcemente, e continuò a cantare felice la sua canzone d’amore.

Ardore missionario
“Ricevete lo Spirito Santo e andate per tutto il mondo, predicando la Buona Novella. Quello che avete udito nel segreto, ecco, predicatelo sui tetti … e, chi ascolta voi ascolta Me e sarà salvo” (Mr. 16,15).
“Francesco, non ti ho chiamato solo per te … !” e Francesco sentì dilatare la sua anima e riempirsi della stessa sete di Cristo. La sua vita ebbe da quel momento un solo desiderio: solcare il mare ed andare a predicare la fede del suo Signore.
Era gracile, molto malato, ma questo importava poco: più grave era l’ansia che internamente lo divorava.
“Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i fratelli”
Ecco già i primi frati che erano andati in Oriente avevano dato testimonianza di questo grande amore: ora toccava a lui. E così nella semplicità e in compagnia di Madonna Povertà, egli parte sostenendo, con gioia, le fatiche del viaggio e portando ovunque il soffio della pace e dell’amore.
A lui non viene chiesto il martirio, non a questo è chiamato, perciò seguendo la voce dello Spirito, ritorna in Patria.
Non è più lo stesso però, il sole d’Oriente gli ha bruciato gli occhi, ma più profondamente gli ha acceso in cuore un fuoco divoratore, una sete inestinguibile di anime.
Non ha più pace, Francesco e andando di città in città, per le strade e per le piazze si fa banditore instancabile della meravigliosa notizia del Regno.
Seguendo poi l’esempio e il comando divino vuole che i frati che si sentono chiamati, partano ad annunziare in tutto il mondo il messaggio d’amore, portato dal Signore Gesù.

Ardore missionario
Nel cuore di Madre Florenzia, Cristo aveva acceso lo stesso fuoco che aveva consumato tutto il cuore di Francesco. A questo il Signore l’aveva chiamata: a diffondere con la parola e la testimonianza della vita il messaggio della salvezza per tutti.
Senza tentennamenti e senza indugi, Madre Florenzia portava il lieto annunzio specialmente tra i poveri, gli orfani e gli abbandonati, fra i bisognosi di tutte le categorie.
Cosa voleva di più il Signore? Non c’era fibra della sua anima, della sua esistenza, che non fosse a servizio della diffusione di questa Parola. Ma, no, non basta, Madre Florenzia sente che non può accontentarsi: al di là del mare, altre terre e altri uomini attendono. “Come sapranno se non c’è qualcuno che parla loro?” Ed ecco, nella mente di Madre Florenzia ritornano le immagini che la riportano indietro negli anni, quando giovane suora, spendeva tutte le sue energie nell’apostolato tra gli emigrati, bisognosi di ogni cura e assistenza spirituale.
La sua è una piccola Famiglia, forse la più piccola, ma troppo forte e pressante è l’invito del Maestro e l’esempio del Serafico Padre.
Lei no, lei non può andare, era ottantenne ed inferma, ma avrebbe mandato le sue suore.
Era il 1953.
Nel disegno della Provvidenza, nella più completa fiducia e in semplicità di cuore, quattro suore partivano per il Brasile: saranno loro a portare oltre Oceano, l’ardore serafico della Congregazione.

Una casa costruita sulla roccia
“Quando l’Altissimo si degnò di affidarmi dei frati, nessuno mi mostrò quello che dovevo fare … lo stesso Cristo Signore mi illuminò e mi guidò…!”
Per questo l’eletto di Dio, in tutto guidato dallo Spirito del Signore, mentre provvedeva alla maniera di conservare la pianta novella e di farla crescere nel vincolo dell’unione da vero direttore di anime, dotato di saggezza, esaminava attentamente la condotta di ciascuno, santamente curioso di conoscere lo spirito dei suoi e non lasciava mai impunite anche le più piccole colpe volontarie. Dapprima mirava a sradicare i difetti più intimi poi passava a quelli esteriori. Rimuoveva infine le occasioni che conducono al peccato.
Francesco si rese conto fin dagli inizi della sua funzione di esemplarità per i frati e ” a quelli che trovavano da ridire sull’eccessiva severità della sua vita, rispondeva di essere stato dato all’Ordine come modello, perchè “come aquila eccitasse al volo isuoi piccoli” (Deut. 32,li) Tuttavia ilrigorismo personale non impediva il fiorire nel suo cuore di un tenero amore compassionevole verso il “piccolo gregge” che aveva formato “affinchè non accadesse che dopo aver rinunciato al mondo perdessero anche ilcielo”.
Fece perciò norma del suo agire la prudenza ed evitava le punizioni aspre e risparmiava la verga laddove era sufficiente la mitezza.
Sono molti e frequenti nella vita del Santo esempi che mettono in risalto or l’uno or l’altro aspetto. Negò al fraticello ilbreviario, perché questo desiderio lo avrebbe portato a disprezzare Madonna Povertà e a giudicarsi superiore agli altri. Invitato insistentemente dalle sorelle chiuse in San Damiano e desiderose di una sua parola, si presentò e alla loro presenza si cosparse il capo di cenere e se ne ripartì.
Veduto l’affronto, da parte dei frati alla sua Sposa, la Santa Povertà, in occasione della visita di un ministro provinciale, si presentò, all’ora del pranzo con una ciotola in mano e chiese l’elemosina, per amore di Dio.
Ma nessuno potrà eguagliare la tenerezza materna del suo animo, quando, sentendo nella notte il lamento di un frate e conoscendone la causa, svegliò tutti, perché si facesse sentire meno la vergogna al fratello bisognoso di cibo… o quando prese fra le braccia il fraticello che si era prefisso di fare tutto ciò che faceva lui e si era addormentato nell’attesa che avesse fine la preghiera del Santo … o quando ancora incontrandosi con i frati ne preveniva le legittime aspirazioni o bisogni dell’anima e del corpo.
Trovarsi con Francesco era incontrarsi col Signore Gesù.

Una casa costruita sulla roccia
“Una donna forte, chi potrà trovarla? Ella è come la casa costruita sulla roccia: vennero i venti, si abbatterono su di lei i flutti, ma non cadde”.
(Le. 6,48)
Madre Florenzia fu questa casa per il Signore.
Il suo carattere forte, granitico, fu continuamente levigato dalle onde che la Provvidenza spingeva verso di lei … fino a che lo Spirito tutta la pervase. Non solo per le sue figlie, per tutti fu la casa sulla roccia, dove costantemente brillava la lampada della fede, accesa da una carità senza limiti, in vista del Regno.
Fu così fin dall’inizio e così appare a coloro che la circondano. C’è in lei una forza che a prima vista genera un certo timore, i suoi occhi penetrano nell’animo, scrutano e niente le sfugge. L’inosservanza alla Regola le fa assumere un atteggiamento di grande severità che genera timore nelle suore, ma non c’è via di mezzo per Madre Florenzia: tutte sono a conoscenza della lotta che ella ingaggia contro se stessa e quanto poco indulgente sia nei propri confronti. No, non c’è via di mezzo per lei divorata dallo zelo divino e non ne vuole per i suoi. Perciò punisce severamente anche la più piccola trasgressione, specialmente le mancanze contro il silenzio che impediscono l’unione con Dio e quelle contro la carità.
Chi le sta vicino, chi ha la fortuna di vivere accanto a lei, sa però che è una creatura ricca di grande umanità e che sotto la rude scorza si nasconde il più tenero cuore di Madre.
Instancabile, malgrado gli acciacchi, sempre col sorriso tra le labbra, segue le sue figlie con tenerezza e sa cogliere subito ogni segno di indebolimento fisico o spirituale… e per chi soffre Madre Florenzia ha delicatezze squisite. Se costrette a letto, ne sistema le coperte, si accerta di persona se mancano di nulla e prepara pietanze particolari.
Non c’è posto per i sentimentalismi nel suo cuore, però, e a una suora stanca che le chiede un po’ di riposo, risponde con fermezza che le spose di Cristo riposano solo in cielo.
Mano ferma, quella di Madre Florenzia, “sul duro ci si forma bene” diranno le sue prime compagne, ma il cuore è quello tenero di una Madre.
Tutto ciò è molto evidente nelle lettere che ama far giungere alle sue figlie lontane da lei: gioiello di semplicità e testimonianza di quello che è Madre Florenzia.
I flutti che la Provvidenza spinge a ritmo serrato sulla sua roccia ne hanno completamente eliminate le sporgenze: levigata da ogni parte brilla, riflettendo i colori dello Spirito, per “far luce a quelli che sono in casa”.

Morir d’Amore
“Vivo, non già io, ma vive in me Cristo”
Francesco poteva, a buon diritto, ripetere come sue queste parole dell’Apostolo Paolo.
Tutto in lui era stato compiuto: ogni parola del Vangelo aveva trovato la sua espressione, era diventata la sua stessa vita. Non era più di questa terra, Francesco, ma tutto il suo essere era immerso in Dio ed era tale l’amore che lo divorava da fargli ripetere appassionatamente: “Due cose io ti chiedo, dolcissimo mio Bene, prima che io muoia: la prima si è che, in vita mia, io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che Tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione; la seconda si è che io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quell’eccessivo amore del quale Tu, Figlio di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori!”.
Un Uomo in Croce aveva cambiato tutta la sua vita nella Chiesetta di San Damiano e ora a quella Croce anelava con appassionato amore.
“Ch’io muoia per amor dell’amor tuo, come Tu ti sei degnato morire per amor dell’amor mio!” Nessuna preghiera fu mai così ardente, così intensa … e l’umile poverello che in tutto aveva ricopiato il suo Signore, da Lui ricevette il sigillo della completa identificazione: sulle sue mani, sui nudi piedi e nel costato le ferite che, ormai crocifisso, lo rendevano “alter Christus” e lo ponevano, di fronte al mondo, segno tangibile dell’amore di Dio.

Pazzia d’Amore
La Croce fu per Madre Florenzia, come già per il Serafico Padre, non solo l’oggetto dei suoi continui pensieri, ma fedele compagna della sua lunga e tormentata esistenza.
Fu all’ombra di essa che, faticosamente, portò avanti la sua vocazione prima e l’Opera che la Provvidenza le affidava, poi.
Il Signore ve la tenne avvinta con tenacia e mai da essa si staccò la Madre.
Spesso gravò sulle sue spalle fino a farla cadere e a gemere sotto il tremendo peso, ma continuò sino in fondo, perché non alla croce volgeva lo sguardo Madre Florenzia, ma a Cristo che su quella croce era confitto e le dava forza e coraggio.
“Pensa a Gesù Crocifisso, che è morto per noi, e a tutta la sua Passione” – suggerisce alle sue figlie spirituali – quando doveva spronarle alla lotta per il conseguimento di qualche virtù.
Lei fece sempre così!

Un Amore che continua
Siena, Maggio 1226.
Francesco sa che è ormai la fine, l’opera sua è stata compiuta.
“Conseguito il buon combattimento, terminata la corsa, nient’altro gli resta che presentarsi al Giusto Giudice per ricevere da Lui la corona… il trono.”
“Signore, ti raccomando però questa famiglia che Tu mi hai affidato, questi miei compagni: per essi io ti prego, perché in ossequio alla mia memoria, alla benedizione che do loro e a queste mie parole, sempre si amino tra loro, come io li ho amati e li amo; sempre amino ed osservino nostra Signora la Santa Povertà e sempre siano fedeli sudditi dei prelati e dei Chierici della Santa Madre Chiesa”.
E’ rimasto così, Francesco, con le mani alzate e benedicendo verso i suoi frati a cui lasciava il tesoro prezioso delle sue parole, della sua vita, spesa unicamente per Colui che l’aveva soggiogato e che era il suo unico Bene.

Un Amore che continua
Madre Florenzia conta già ottantatré anni e la salute, da sempre malferma, ora si spegne lentamente. Ella non teme e ridendo osa affermare, in una delle sue ultime lettere, che “camperà ancora cent’anni”, pensa però alle sue deboli figlie e per loro prega.
“Che ne sarà di loro, Signore? Che ne sarà di questa piccola e tenera pianticella che Tu mi hai affidato, perché io ne avessi cura? E’ ancora così fragile che basterà un nulla per stroncarla! Signore, è la tua pianticella e a te l’affido; è la tua Famiglia “fa che sia sempre il tuo cenacolo santo”.
Poi l’ardente anelito del suo cuore, le sue ultime volontà, il messaggio che suona alle sue figlie come il suo testamento spirituale: ”Tutti i membri di ciascuna comunità siano sempre fusi in fraterna cooperazione … sia ogni comunità un cenacolo santo dove il nostro Sposo, Cristo Gesù, si allieta del lavoro nostro svolto nel sacrificio e nell’amore … Sia, ogni Superiora, la mamma spirituale, dolce, amabile, autorevole, misericordiosa, preveggente delle proprie suore e figliole… Siano le singole suore le figliole obbedienti, docili, affabili, laboriose, uniformi in tutto a quell’andamento che ha da prendere la nostra Congregazione, l’appoggio della Chiesa, il rifugio delle anime bisognose, la casa amorosa ed ospitale della fanciullezza abbandonata, il cuore di quanti non trovano sulla terra l’atmosfera della pace cristiana e della fortezza serafica.
Vorrei un’unica consolazione: sapervi buone, obbedienti, umili, caste, operose: vere api di Dio, che sanno produrre il miele della vera santificazione”.
Con l’ultimo saluto di Madre Florenzia, con il suo pressante e materno invito, si conclude il lavoro di amorosa osservazione che costituiscono queste poche pagine: in esse ho posto tutto il mio cuore e mi sembra che ora io ami questa madre mia più di prima, la sua luce mi è più chiara, il suo messaggio più avvincente.
Vorrei che fosse così anche per molte altre, per tutte le mie sorelle che come me seguono i suoi passi, nella semplicità e nell’amore.
C’è posto per tutti, comunque, nel cammino iniziato da Madre Florenzia e lei è sempre al suo posto, la prima, con la lampada accesa.
Chissà che non capiti anche a te che leggi di vedertela venire incontro e prenderti per mano: te lo auguro dicuore, ciò trasformerà la tua vita, perché farai come lei, l’esperienza di fidarti sulla sola Parola di Dio… e Dio è imprevedibile.
Prova!!
